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Dalle parti di Cadenabbia, paesucolo
più o meno a metà del lago di Como, c’è un detto che recita: «Non
fare come quello là che ha fatto la barca in soffitta, e poi ha
dovuto tirar giù il tetto per farla uscire». Che è esattamente
quanto ha fatto il Marchion, un mio trisnonno o giù di lì, che
doveva essere un tizio piuttosto originale. Ma comunque geniale, a
modo suo: tant’è vero che, trasformandosi in proverbio, è riuscito a
ritagliarsi una fettina di immortalità, per quanto strettamente
locale. Per le ferree leggi della genetica, avere un simile elemento
nell’albero genealogico ha sicuramente avuto effetti destabilizzanti
sulla sanità mentale familiare, così fin da piccolo ho sentito
raccontare storie inverosimili avvenute in quel ramo del lago di
Como che, a seconda di chi raccontava e del contesto del racconto,
tendevano a dilatarsi come un oceano infuriato, oppure a diventare
un gelido abisso brulicante di mostri, o ancora il teatro di epiche
battaglie navali tra contrabbandieri e finanzieri. Insomma, una vera
e propria tradizione epico-familiare, che era un vero peccato
affidare solo alla volatile tradizione orale. Ecco dunque che – come
un Omero in scala domestica – mi sono deciso a fissare sulla carta
alcune delle storie più interessanti che ruotano attorno al
Marchion. Visto che è impossibile districare fantasia e realtà dalle
leggende familiari, può darsi che qualche lettore laghé crederà di
riconoscere fatti o personaggi realmente vissuti: ma sarà solo
un’impressione, il romanzo è di pura fantasia e ogni riferimento è
assolutamente casuale. Ho cercato di rispondere alle due domande
angosciose che da piccolo mi ronzavano nel cranio: primo, perché
diavolo il Marchion avesse deciso di trasformare il solaio in un
cantiere nautico; e secondo, che diavolo di barca c’avesse in testa,
quello lì. La risposta alla prima domanda è la più semplice: in
soffitta le donne di casa non gli rompevano le scatole, così poteva
picchiare di mazza e spargere segatura finché gli pareva. Quanto
alla seconda, lascerei la parola allo stesso Marchion: Questa
barca mi farà viaggiare tra i mondi. Ma non come il cannone di
Giulio Verne, voglio dire i mondi che cabbiamo in testa. Per questo
mi serve una barca elegante, da turisti. Che di entrare nella testa
dei laghée l’è fatica sprecata, tanto dentro non c’è mica
niente. |
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