Ucronia,
il presente che non è
Traccia
dell'intervento di Masali al convegno "Le fantasie
della Scienza", Torino, 11 giugno 2001
La
letteratura? È un gioco da bambini
Per chi
non l’avesse mai sentita nominare, l’ucronia non è
altro che una storia alternativa, una forma di letteratura
che parte con la domanda “E che diavolo sarebbe successo
se…” Se Napoleone avesse vinto a Waterloo, se Cesare non
avesse varcato il Rubicone, se Garibaldi non avesse
obbedito, se Armstrong fosse inciampato sulla scaletta del
Lem? Se non avessi fumato quella dannata sigaretta?
Già, la sigaretta.
Perché l’ucronia può essere anche una micro-ucronia:
come capita in “Smoking/No smoking”, film del ’93 di
Alain Resnais con Sabine Azéma e Pierre Arditi. Che in
realtà non è un film, sono due: Smoking e No Smoking,
appunto. Con gli stessi attori, lo stesso set. E anche lo
stesso inizio. Però, proprio nelle prime inquadrature, in
un film la protagonista continua a fumare la sua sigaretta,
nell’altro la spegne. Da questo semplice gesto nascono due
diversissime situazioni, che portano a storie completamente
differenti l’una dall’altra. Il regista esplora
minuziosamente tutte le possibilità, così che i due film
in realtà hanno dodici finali diversi. Il gioco
dell’esplorazione è fondamentale per l’ucronia, che
vive di ipotesi e del gusto di maneggiarle fino in fondo,
per vedere quello che succede. Come nei giochi, specialmente
i giochi di fantasia dei bambini, quelli che cominciano con
“facciamo che io ero Picachu e tu eri Zorro”.
Naturalmente, non so da dove sia nata la letteratura, ma
credo che tutto derivi dalle balle dei pescatori, con pesci
sempre più grossi, fino a diventare draghi, mostri
mitologici, paesi favolosi al di là del mare. Nell’ucronia,
più che in altre forme di letteratura, il gioco è
l’anima della narrazione. A questo punto, sarà bene anche
intendersi sulle definizioni, a cominciare dal concetto di
“letteratura”. Indubbiamente saranno moltissimi coloro che si sono
posti questa domanda, e certamente con le risposte si
potrebbe scrivere un’enciclopedia in duecento tomi.
Personalmente, sono convinto che la letteratura sia
qualunque cosa che contenga dei personaggi e una storia, o
almeno un canovaccio su cui imbastire una trama. In questa
definizione, i confini di ciò che è letteratura si
allargano, per abbracciare moltissime forme di narrazione.
Il cinema, il teatro, la musica e la parola scritta sono
generalmente tutte accettate come membri della categoria
“letteratura”. Io ci aggiungo molte altre forme, tra cui
il gioco, soprattutto quella famiglia che va sotto il nome
di “role play”, in cui ogni partecipante impersona un
personaggio, e la trama nasce dall’interazione tra i
personaggi/giocatori, ma anche la stragrande maggioranza dei
videogiochi moderni, dove il software dà la scenografia, le
regole e alcune situazioni, mentre la trama dipende dalle
scelte e dallo stile del giocatore. Nei videogiochi e nel
role playing la trama sarà sempre diversa, perché sempre
diverse saranno le reazioni dei giocatori a quello che
accade, e spesso ci saranno situazioni “di rottura”, in
cui il gioco prende una direzione completamente inaspettata
a causa del verificarsi o meno di un evento chiave. Che è
precisamente quello che succede con un testo ucronico: si
sceglie arbitrariamente un evento storico, lo si rovescia
come un calzino e si vede quello che sarebbe potuto
succedere.
Hey,
Masali, ma che dici? Qui c’è qualcosa che non va!
Se il
discorso che abbiamo fatto finora sembra filare, è solo
perché non lo abbiamo ancora approfondito con un po’ di
spirito critico. Perché l’ucronia si basa
(apparentemente, in realtà non è così, ma un po’ di
pazienza e ci arriviamo) su una visione rozza della storia,
ferma a prima di Marx e Braudel, prima che si affermasse con
forza il concetto di “Infrastruttura”, di “forze di
lunga durata”: insomma, prima di una visione moderna della
storiografia. Perché semplifica all’estremo, si concentra
sul singolo evento, tralasciando il contesto storico. In
altre parole, Mussolini ha attecchito perché c’erano le
condizioni storiche perché conquistasse il potere, non è
per nulla scontato che se fosse caduto dal seggiolone da
piccolo ci saremmo evitati vent’anni di fascismo, tesi
quest’ultima che potrebbe essere tranquillamente usata
come punto di partenza per un romanzo ucronico. Qui siamo
sulle sabbie mobili, perché ovviamente nessuno può dire
che cosa sarebbe successo dopo l’ipotetico tonfo
dell’infante predappiano, tant’è vero che di solito si
tronca la speculazione con classica frase fatta che “la
storia non si fa coi se”.
Ma
visto che parliamo di ucronia, la storia la dobbiamo fare
proprio coi “se”, e siamo nei guai fino al collo. Non
avendo certezze scientifiche, vi do il mio parere, per quel
che vale: secondo Masali, la cosa più probabile è che non
sarebbe cambiato un gran che, invece di Benito ci sarebbe
stato qualche altro bel tomo pronto a cavalcare la tigre
dello sfascio sociale, economico e politico dei tempi, e
tutto sarebbe andato più o meno secondo il copione che ben
conosciamo. Perché la storia è come uno sterminato gioco
di ruolo, dipende dall’interazione di milioni di persone
in un dato contesto. Le variabili in gioco sono un numero
incalcolabile, tanto da rendere trascurabile il peso di un
singolo “giocatore”. Milioni di persone possono cambiare
il corso degli eventi, le azioni di un singolo possono solo
annullarsi nel rumore di fondo. Tant’è vero che, come
vuole la saggezza popolare, la storia tende a ripetersi
quando le condizioni sono simili.
E
proprio tu, Masali che scrivi ucronie, vieni a farmi questo
bel discorsino? Ma ci sei o ci fai?!
Come
dicevo poc’anzi, un po’ di pazienza e ci arriveremo. Il
fatto è che l’ucronia usa la storia allo stesso modo in
cui la fantascienza usa la scienza. La storia nell’ucronia
è un personaggio come tutti gli altri, che deve essere allo
stesso tempo realistico e metaforico. Perché la buona
ucronia, come la buona fantascienza, parla di noi nel nostro
tempo, sia pure attraverso la lente deformante della
finzione letteraria. E’ noto che Wells, quando scriveva
“La guerra dei mondi”, usava i marziani come metafora
dell’esercito dell’Impero Britannico, e gli inglesi che
subivano l’attacco erano la trasposizione degli indiani
(dell’India, non i guerrieri di Toro Seduto) di fronte
all’invasione di queste orde dalla tecnica invincibile e
dalle motivazioni rese oscure dall’abisso culturale che
separava i contendenti. In questo modo, sfruttando abilmente
il meccanismo dell’identificazione, riusciva a comunicare
ai suoi conterranei come dovevano sentirsi gli indiani in
modo paradossalmente molto realistico, più di quanto
avrebbe potuto fare con una scrittura più diretta e
“ortodossa”. Quando Dick scrive “la svastica sul
sole” (The Man in the High Castle), uno dei capisaldi
della letteratura ucronica in cui le potenze dell'Asse hanno
vinto la seconda guerra mondiale e si sono spartite il
mondo, vuole più che altro ironizzare sugli stati uniti
degli anni ’60, facendoli diventare da colonizzatori
culturali a colonizzati: una chiave di lettura che appare
quasi subito, quando si vede un gruppo di turisti giapponesi
in kimono che scartabellano in un negozio di “americanerie”,
andando in brodo di giuggiole quando scovano un vero tesoro:
un mazzetto di fumetti di supereroi, testimoni di una
cultura scomparsa, espressione di un popolo sconfitto e
ormai civilizzato. Naturalmente, anche il romanzo storico più
classico sfrutta lo stesso meccanismo di trasposizione: per
citare un testo piuttosto noto, ne “i promessi sposi”
Manzoni usa l’escamotage di ambientare il suo testo nella
Lombardia del ‘600 dominata dagli spagnoli per raccontare
della Lombardia del suo tempo, dominata dagli austriaci. La
differenza stilistica più importante tra ucronia classica e
romanzo storico è il tempo dell’azione. Nel
romanzo storico, l’azione è cristallizzata nel passato,
indipendentemente dal fatto che il passato del romanzo sia
l’immagine più o meno fedele del presente di chi scrive.
Nell’ucronia invece l’azione si svolge quasi sempre nel
presente, ma un presente alternativo e diverso da quello in
cui viviamo giorno per giorno, perché un cambiamento
qualsiasi nel corso degli eventi (per esempio, la vittoria
dell’asse di Dick) ha cambiato profondamente i giorni
nostri. E’ un cambiamento di prospettiva che regala all’ucronia
la sua arma migliore, e cioè il senso del grottesco: il
presente è immaginato come plasmato dall’evento storico
modificato dalla fantasia dell’autore (momento discronico,
come dice qualcuno con un termine che alle mie orecchie
suona un po’ troppo trombonesco), e ne risulta un presente
deformato ma riconoscibile, si presta a diventare metafora
del nostro modo di vivere, lasciando grande libertà
espressiva a chi scrive.
Dove invece l’ucronia non ha molta libertà di
manovra è proprio nella scelta del momento in cui la storia
del romanzo diverge da quella “vera”. Come scrive il
critico francese Jacques Boireau, “il punto di partenza
dell’ucronia è forzatamente povero”, perché per essere
comprensibile al pubblico più vasto possibile l’ucronia
deve avere origine da eventi storici conosciuti da tutti, a
partire dalle scuole medie. Ma non ha molta importanza,
naturalmente: l’importante è che il presente ucronico sia
una metafora affascinante, e il suo punto di inizio è un
puro pretesto, a cui è chiesto solo di essere credibile, o
almeno di apparire credibile.
Ibridazioni
pericolose
Il confine tra romanzo
ucronico e romanzo storico talvolta è molto labile, può
capitare che i due generi siano talmente avvinghiati che è
impossibile dire dove cominci uno e dove finisca l’altro,
così come spesso è arduo dire se un certo testo è
fantascienza o ucronia, o anche se l’ucronia faccia parte
della fantascienza o no. Visto che grazie al Cielo in
letteratura non esiste una cartina al tornasole per
attribuire un certo testo a un genere o a un altro, lascerei
volentieri la questione agli editor delle case editrici, che
devono sbrogliare la matassa per decidere quale collana
potrebbe ospitare il romanzo di difficile collocazione. Però
forse qualche considerazione la si può fare. Negli Stati
Uniti, l’ucronia è generalmente accostata alla
fantascienza, non foss’altro perché molti dei suoi testi
migliori sono stati scritti da scrittori più o meno vicini
al genere. In Italia invece l’ucronia ha origini più “mainstream”.
Con questo voglio dire che i migliori testi ucronici nella
nostra lingua sono stati scritti da scrittori che poco o
nulla hanno a che fare con la fantascienza o qualsiasi altra
etichetta dal sapore pulp. Penso soprattutto a Guido
Morselli, che tra i 6 romanzi pubblicati solo dopo la sua
morte ha scritto ottime ucronie, come “Contro-passato
prossimo” e “Roma senza papa”. Oggi Morselli è
considerato una delle figure più significative del 900
letterario italiano, ma finché era vivo non riuscì a
pubblicare nulla. Anche perché l’ucronia è una brutta
bestia da pubblicare, essendo ai margini di tutto: ai
margini del mainstream, ma anche ai margini della
fantascienza, una piccola nicchia in costante pericolo di
estinzione. Per difendersi, spesso l’ucronia si maschera,
e si contamina col genere che generalmente viene considerato
più vicino, la fantascienza, usando a trucchetti che in
qualche modo “giustificano” il cambiamento del corso
della storia, come i viaggi nel tempo o i “mondi
paralleli”. Talvolta si tratta di un puro intervento
cosmetico, che non aggiunge e non toglie nulla
all’impianto della storia, mentre altre volte
l’artificio diventa parte integrante della vicenda,
consentendo all’autore di sfaccettare sempre di più il
suo presente ucronico, visto che se c’è un mondo
parallelo possono essercene antri centomila, e se si può
cambiare il presente viaggiando nel tempo si possono fare
non una, ma decine di “correzioni”:
per esempio, “Black in time” di John William
Jakes, titolo che si regge sul gioco di parole tra
“nero” e “indietro”, è un’ucronia caleidoscopica
dove il presente si modifica in continuazione a causa della
lotta nelle pieghe del tempo tra un afroamericano deciso a
migliorare le condizioni di vita della sua gente modificando
il passato e un aguzzino del KKK che lo bracca tra i secoli.
Divertentissima e scoppiettante, questa ucronia ha anche il
pregio (ai miei occhi) di non essere per nulla
“politically correct”. Più delicato
è il caso in cui l’ucronia si ibrida col romanzo
storico, magari con la foglia di fico letteraria di non
portare l’ucronia fino in fondo, ma suggerendo che, se un
piccolo evento si fosse (o non si fosse) verificato, le cose
avrebbero potuto andare in modo diverso. È un caso che si
verifica in moltissimi romanzi, anche in testi difficili
come “L’ultima tentazione di Cristo” di Nikos
Kazantzakis, diventato anche un film diretto da Martin
Scorsese: l’ucronia – bomba, cioè la tentazione di
Cristo di evitarsi la croce per crearsi una tranquilla
famiglia con la Maddalena, si risolve in una fuga onirica
dalla realtà, ma alla fine Gesù accetta il suo destino.
La commistione
storia-ucronia è delicata, e non sempre il risultato è
all’altezza delle premesse. Per esempio, nel testo di
Robert Harris (solo quasi-omonimo del creatore di Hannibal)
Fatherland, siamo di fronte a un classico dell’ucronia:
l’azione si svolge negli anni ’60 “modificati”, dove
Hitler ha pareggiato la guerra, raggiungendo una pace
onorevole. Il regime nazista, molto simile a quello che
negli anni ’60 “reali” reggeva la Germania Est, va
verso la dissoluzione a seguito di una indagine non
autorizzata del classico sbirro dal volto umano (che qui
veste i panni della gestapo) che scopre la terribile verità
nascosta dal regime, e cioè l’olocausto. Nonostante il
testo sia considerato generalmente come un ottimo romanzo,
personalmente mi lascia perplesso: l’olocausto è una
realtà storica che conosciamo benissimo, non si capisce
perché dovrebbe essere questa la sorpresa che incombe sulla
cupa vicenda: o meglio, è ovvio che sia una rivelazione
orribile per i personaggi, ma per chi legge è tutto ovvio.
Volendo concedere a Harris il beneficio del dubbio si
potrebbe pensare che voglia fare una satira contro le tesi
negazioniste, ma le mie perplessità rimangono, e continuo a
considerare Fatherland come un pasticcio, pretenzioso
nell’impianto e mediocre nei risultati. Molto più
divertente, sempre in tema di nazisti, “Il signore della
svastica” di Norman Spinrad, dove Hitler emigra in America
e scrive un romanzo di fantascienza. Il romanzo è per
l’appunto uno dei testi di Hitler.
Qualche
tema alla moda
Qual è
l’epoca che si presta meglio all’ucronia?
La
risposta è: Boh!|
In
effetti gli scrittori si sono cimentati in un po’ tutte le
epoche, quasi sempre tenendo conto della necessità di cui
abbiamo accennato sopra, e cioè scegliere un evento che sia
ben conosciuto e si presti a diventare simbolico. Vediamone
qualcuno, in rigoroso ordine cronologico, tralasciando
quelle che riguardano la seconda guerra mondiale, che sono
talmente tante da diventare un caso particolare:
1.
Cambriano (500 milioni di anni
fa), Estinzione di massa dei dinosauri, evoluzione delle
specie:
temi lontani ma ben rappresentati. Uno dei capisaldi è la
trilogia Eden di Harry Harrison, dove l’estinzione di
massa dei dinosauri non c’è mai stata, e i lucertoloni
sono diventati intelligenti. Molto carino, per quanto
riguarda la preistoria remota, il raccontino di Giù nel
paleozoico di Robert Silverberg, che parla di una colonia
penale, posta in un passato remotissimo: addirittura l’Ordoviciano,
Era in cui le terre emerse non erano ancora state
colonizzate dagli animali e dalle piante, mentre c’era una
discreta fauna marina a base di trilobiti, ammoniti e
bestiacce consimili.
Il
cuore della storiella (pubblicata in Urania nella raccolta
Strade Senza a Uscita. Il numero è il 505, quindi risale a
un bel po’ di annetti fa!) riferisce come ad un certo
punto la colonia viene smobilitata a causa
dell’incivilirsi dell’opinione pubblica, e i carcerati
ritrasferiti nel nostro tempo. L’ultimo uomo che decide di
fermarsi nell’Ordoviciano ha però nelle sue mani (o
meglio nel suo piede) il destino di tutta l’umanità,
perché mentre passeggia per la spiaggia primeva nota un
trilobite che faticosamente esce dal mare, epigono dei
successivi suoi fratelli che avrebbero conquistato i
continenti, evolvendosi in dinosauri, scimmioni e uomini.
Dopo lunghe riflessioni il nostro eroe decide (bontà sua)
di non vendicarsi spetasciando l’animaletto.
2.
Grandi migrazioni attraverso lo
stretto di Bering (12.000 avanti Cristo, più o meno):
Senza migrazioni, l’America non sarebbe stata popolata:
niente Aztechi, niente Toro Seduto, niente conquistadores.
Il tema è stato scelto da Harry Turtledove nel ciclo “A
different flesh”, sette romanzi che raccontano la violenza
e il razzismo della conquista delle Americhe immaginando che
la mancanza di passaggio attraverso lo stretto di Bering
abbia portato a un’evoluzione parallela in America, dove vivono
ancora mammuth, tigri dai denti di sciabola e soprattutto un
popolo strano, evolutosi dall’Homo erectus, considerato
subumano e usato come schiavo e cavia per le ricerche
mediche da parte degli europei.
3.
Impero romano (753 a.C. – 395
d.C.)
Un tema
sfruttatissimo, ovviamente. Tutto quello che avrebbe potuto
succedere se Roma non fosse caduta. Ma anche che avremmo
visto se Cartagine avesse vinto le guerre puniche, come
scrive Pierre Barbet in “Rome doit etre détruite”. O se
i Romani avessero inventato la macchina a vapore (Aquilia in
the new world, di S.P.Somtow) e scoperto l’America. Forse
il testo più riuscito è “Waiting for the Olympians”,
di Frederick Pohl, dove l’Impero Romano regna su tutta la
terra e aspetta l’arrivo degli dei dell’Olimpo, che sono
extraterrestri.
4.
Esecuzione di Gesù di Nazareth
e avvento del cristianesimo (30 d.C.)
Altro
tema ben rappresentato: divertentissimo “Ecce homo”, di
Michael Moorcock, dove un curioso viaggiatore del futuro si
lascia crocefiggere al posto di Gesù Cristo, per mettere a
posto i pasticci seguiti dalla sua gita nel tempo. Nel
racconto “Ponzio Pilato”, Roger Caillois immagina che
Pilato liberi Cristo, così il cristianesimo non si afferma.
E un saggio celta scrive un’ucronia in cui Pilato non
libera Gesù… Il vecchio gioco delle scatole cinesi,
peraltro molto ben raccontato.
5.
Grande peste nera del medioevo
(1348 d.C.)
Ne
“La porta dei mondi”, Robert Silverberg immagina che a
seguito della peste nera i Turchi abbiano conquistato
l’Europa. Il romanzo, per ragazzi, è ambientato nel 1963
“modificato”, dove la tecnologia è ferma più o meno
all’epoca vittoriana e l’eroe scopre l’America, o
meglio l’impero Azteco.
6.
Scoperta dell’America
Oh yeah,
non solo Benigni e Troisi in “Non ci resta che piangere”
hanno cercato di pasticciare con il nuovo continente e la
sua scoperta (in questo caso per evitare che la sorella di
Troisi sposi un marinaio americano che si comporta da
stronzo). Secondo L. Sprague de Camp (in “Vineland”)
sono stati i vichinghi nel X secolo a colonizzare il nuovo
continente, la cui capitale – New Belfast – guarda caso
è proprio dove sorge New York. Anche i Cinesi potrebbero
aver fatto l’epocale scoperta, come capita in “Ink from
the new moon” di A.A. Attanasio. E magari avrebbero potuto
scoprirla allo stesso tempo di Colombo, col risultato che
gli uni spingevano la frontiera verso Est, gli altri verso
Ovest, per incontrarsi al centro del continente più o meno
verso il 1560: è quello che immagina ancora Sprague de
Camp, in “The round-eyed barbarians”.
7.
Rivoluzione francese e
Napoleone
Uomo
del destino per eccellenza, Napoleone ha ispirato moltissimi
testi, ma che sarebbe stato di lui se Luigi XVI fosse stato
un pochino più furbo e avesse dribblato Robespierre e soci?
In tema di fallita rivoluzione francese c’ è una vasta
letteratura, un po’ accademica, fiorita in Francia tra gli
anni ’20 e ’30, con autori del calibro di André Maurois
e René Jeanne.
8.
Guerra di Secessione
Tema
ovviamente caro a gli scrittori anglofoni, è stato anche
esplorato da uno scrittore italiano, Pierfrancesco Prosperi,
con “Garibaldi a Gettysburgh”. Divertente soprattutto
all’inizio, quando il Nord perde la guerra per colpa
dell’incapacità militare di Garibaldi.
9.
Prima guerra mondiale e
rivoluzione russa
Oltre
al già citato Morselli di “Contro-passato prossimo”, la
Grande guerra è diventata il campo di battaglia per le
ucronie di molti autori. Paradossalmente non riscuote lo
stesso successo la rivoluzione d’Ottobre, se si eccettua
Alexandra, di Jacqueline Dauxois e Vladimir Volkoff in cui
la rivoluzione non avviene e la Russia diventa “la nazione
più potente e più corrotta del mondo”. Romanzo tutto
sommato noioso e poco interessante, molto più divertente è
“The Histornaut” di Paul Seabury, che immagina un
americano, convinto anticomunista, che riesce a tornare
indietro nel tempo per far saltare in aria il treno che
riporta Lenin a Mosca. Lenin muore, la rivoluzione fallisce
e l’eroe torna a casa, per scoprire che a seguito della
sua mossa la Germania ha vinto la seconda guerra mondiale e
l’America è terra nazista.
10.
Dal secondo dopoguerra ad oggi
Anche
la storia recente piace agli ucronisti. Per esempio la crisi
dei missili di Cuba, rivista da Larry Niven in “All the
myriad ways”, dove l’escalation della tensione porta
alla guerra atomica. O la crisi degli ostaggi a Teheran
all’epoca dell’amministrazione Carter, rivisto da Alexis
Gilliland, o la morte di Papa Luciani: in un racconto di
Laura Resnik, “The Vatican Outfit”
ci pensa la diplomazia vaticana a incasinare la
vicenda, mandando un mafioso ad avvertire il pontefice del
suo imminente assassinio, col risultato che questi prende
saldamente la Chiesa nelle sue mani. Sempre in tema di
mafia, è molto interessante “Cosa nostra che sei nei
Cieli”, di Edward Paul Wellen, ambientato ai giorni nostri
in un presente alternativo in cui la mafia ha preso
ufficialmente il potere negli Stati Uniti, mettendo fuori
legge il governo che si è ridotto a un manipolo di corsari
fuorilegge. Però gli uomini del presidente riescono a far
credere alle cosche che c’è il serio pericolo
dell’imminente arrivo di un meteorite che li spazzerà
via, i mafiosi ci cascano e scappano nello spazio con
un’astronave.
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