Champagne
perlinato
Prefazione di
Valerio Evangelisti all'edizione spagnola di "la perla alla
fine del mondo"
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Valerio
Evangelisti in una posa particolarmente truce.
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L’apparizione di Luca
Masali sulla scena della narrativa fantastica italiana è
stata di quelle che restano nella memoria. Nel
1996 il suo primo romanzo,
I biplani di
D’Annunzio, vince il Premio Urania, a quei
tempi il più importante riconoscimento riservato agli
scrittori italiani di fantascienza. Il successo è
travolgente: oltre 30.000 copie
vendute in un mese, una quantità di recensioni
positive, una quasi immediata traduzione in francese.
E’ il momento d’oro
della fantascienza scritta in Italia: un numero limitato ma
combattivo di autori della penisola vende molto più della
maggior parte degli scrittori anglosassoni, inclusi i grossi
calibri. Naturalmente, da quel momento tutti attendono al
varco Luca Masali, per vedere se sopravviverà alla sua
seconda prova narrativa. Non solo sopravvive, ma conferma la
sua bravura.
La perla alla fine
del mondo, uscito nel 1999, è addirittura
migliore de I biplani di D’Annunzio, e mescola con
altrettanta perizia elementi storici, squarci di futuro, una
trama solidissima e riflessioni tutt’altro che banali su
problematiche di fondo della contemporaneità.
Ormai questo scrittore del tutto anomalo, di professione
giornalista informatico ma con un passato di egittologo,
occupa un posto centrale nella narrativa fantastica italiana
ed europea.
E quando la breve
primavera della fantascienza made in Italy inizia a
tramontare, soffocata da troppi
testi d’accatto e d’imitazione, Luca Masali non
viene nemmeno lambito dalla crisi. Resta circondato da
lettori affezionatissimi che gli chiedono nuovi romanzi
(hanno avuto finora solo racconti, ma di tale qualità che
non si possono lamentare troppo), riceve premi
internazionali, continua a ottenere la stima della critica.
Un successo che dura ancora oggi.
Ma a cosa si deve la fortuna di Masali, se si può chiamare
“fortuna” un fenomeno così poco effimero? Se si vuole
comprendere la qualità della sua prosa, bisogna anzitutto
rifarsi alla sua concezione della fantascienza, da lui vista
come letteratura del divenire
– cioè della trasformazione, di ciò che di mobile vi è in
un’epoca e slitta verso qualcos’altro.
E’ una definizione su
cui occorre riflettere, perché nasce da un’opposizione:
quella a chi, banalmente, qualifica la SF come letteratura
incentrata sull’ “avvenire” (da cui l’obsoleta definizione
di “narrativa avveniristica”, cara a certe polverose
enciclopedie).
Tra “avvenire” e “divenire” c’è una bella differenza. Nel
primo termine, l’attenzione è tutta spostata su ciò che deve
ancora accadere; nel secondo, una buona fetta di presente è
legata a una buona fetta di futuro. Se si tiene conto di
questo, si capisce come mai Masali aggreghi alla
fantascienza scrittori che normalmente non le sono riferiti,
come per esempio Mikhail Bulgakov.
In Bulgakov il tasso di scienza presente è incerto e non
determinante; il tasso di divenire è altissimo.
Cuore di cane,
Le uova fatali che fanno?
Portano alle estreme conseguenze i caratteri della società
in cui viveva l’autore, e cioè la Russia
post-rivoluzionaria, spostandoli di un poco nel futuro. Lo
stesso che prima di lui, o con lui, avevano fatto, a passi
molto più lunghi, Čapek
e Zamjatin; lo stesso
che faranno Orwell e
Huxley.
Se prendiamo il primo romanzo di Masali, I biplani di
D’Annunzio, scopriamo che ha per tema l’Europa.
Nientemeno. Soprattutto l’Europa balcanica, di cui,
attraverso pagine brillanti e dalla scorrevolezza
ingannevole, sono indagati passato, crisi attuali e
possibili sviluppi delle stesse. Mentre in questo La perla
alla fine del mondo è di scena la civiltà musulmana, con la
varietà delle sue espressioni sotto la compattezza
apparente, nonché la difficoltà a comprenderla da parte di
altre civiltà. Credo di non dovere sottolineare quanto il
tema sia attuale.
Il tutto affidato a una prosa che rifugge tanto dalle
involuzioni quanto dal pistolotto riepilogativo a metà
pagina. Leggere Masali è un po’ come danzare, nello
specifico un charleston.
La scrittura è leggera, fluida, accattivante; i toni da
vaudeville sono frequenti.
Impossibile annoiarsi, ma anche impossibile scorrere le
righe senza percepire alcunché. Non solo gli ambienti, ma
anche le atmosfere sono descritti magnificamente, e
catturano, immergono, schivando tuttavia il rischio di
impantanare. L’effimero di superficie ha ancoraggi ben
concreti e una base quanto mai stabile.
Forse quella base è costituita dalla precisione dei
dettagli. Che descriva il deserto o un grande albergo, un
aereo o un’automobile, è subito palese che Masali sa di cosa
parla.
Si direbbe che sia competente in tutto, che ogni particolare
sia frutto di uno studio preciso (e probabilmente lo è).
Solo che – miracolo! – Masali riesce a essere puntiglioso
senza puntiglio, competente senza accademismo. Ci si lascia
prendere per mano e trascinare da qualcuno che ne sa più di
noi, ma fortunatamente è privo di vocazione pedagogica o di
spocchia.
Forse non è un caso se un altro dei maestri che Masali ama
citare, nel proprio pantheon personale della fantascienza
eclettica, è Jules Verne.
Non quello noiosetto di Cinque settimane in pallone,
suppongo, bensì quello della maturità, che coniuga il
fascino dell’avventura con la perfezione dei dettagli, anche
quando servono a descrivere macchine del tutto fantastiche.
Esploratore anche lui del divenire, poiché estrapola e
proietta, e con ciò ci dà la sensazione precisa di epoche in
evoluzione – dove non le epoche, ma l’evoluzione, sono la
materia del narrare.
Non occorre un lettore particolarmente attento per
apprezzare Luca Masali. Se però il fruitore di ciò che
scrive ha il gusto delle sfumature, sorseggerà la sua prosa
come si assapora il gusto forte dello champagne di marca,
sotto il velo solleticante delle bollicine.
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