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State frugando nel sancta sanctorum, nel laboratorio virtuale, nel cranio stesso di Masali!
Le frontiere della fantascienza

La fantascienza è ancora una letteratura di frontiera, o è stata superata dalla realtà?

 
"Confine 2000", olio su tavola - Giorgio Kierkiè

La fantascienza, quando è buona fantascienza, diventa l’esplorazione letteraria del divenire, cioè  mette al centro quello che succede nel mondo in cui viviamo, come cambia il nostro ambiente sociale, culturale e tecnologico e come in questo contesto cambiamo noi, visto che siamo il prodotto del nostro ambiente.

Questa è la sottile linea che divide la fantascienza in senso proprio dal fantastico più in generale; la fantascienza è figlia della rivoluzione industriale, che per la prima volta nella storia dell’umanità ha fatto sì che l’ambiente artificiale, che poi in fondo è l’ambiente naturale dell’uomo, cambiasse così freneticamente che nella vita di ogni persona si attraversino ere totalmente differenti, che prima dell’industrializzazione avrebbero richiesto secoli; chi oggi ha novant’anni ha attraversato l’epoca degli imperatori novecenteschi, l’età della meccanizzazione, la breve e nefasta “era atomica”, l’età dell’esplorazione dello spazio vicino, la caduta delle ideologie, l’età del Silicio, ha visto nascere la globalizzazione e sta per entrare nelL’Era del Dna.

La fantascienza ha sempre commentato ognuna di queste fasi, ne ha proposto l’estetica, ne ha esplorato i rischi attraverso le utopie negative, talvolta ne ha sciaguratamente esaltato le presunte conquiste, sempre ha cercato di immaginare la vita di tutti i giorni in uno scenario continuamente in movimento. E ha anche cercato di ricucire il passato col divenire, fotografando attraverso le “avventure nel tempo” il momento esatto in cui il presente sta per diventare futuro. Letteratura di frontiera per eccellenza, la migliore fantascienza sa vedere meglio di ogni altro dov’è per l’appunto la frontiera; che oggi è anche all’interno del corpo umano, o meglio, nel nucleo delle cellule, dove si nasconde il patrimonio genetico che l’industria si appresta a trasformare in patrimonio e basta, da brevettare, modificare, vendere e comprare. Chi la fantascienza ce l’ha nel sangue, che questa fosse “la” frontiera l’ha capito da molto: sia pure ingenuamente, lo stesso Asimov lo colse in epoche non sospette, col suo viaggio allucinante.

C’è poi la frontiera della globalizzazione, della difficile integrazione con l’altro; non più ridotto a puro simbolo, come i troppi ometti verdi della fase infantile dalla fantascienza, ora prende corpo, sangue, emozioni e soprattutto una precisa identità culturale e politica, come per esempio accade in Jihad di Jean Marc Ligny (Fanucci).

Passata nel dimenticatoio l’incubo di un ormai estremamente improbabile conflitto nucleare, la fantascienza si sposta su un’altra frontiera, altrettanto crudele e molto più cinica, quella delle guerre a senso unico, tipo “io ti bombardo, tu morendo fai audience alla Cnn” come ho cercato di fare io con il racconto “Povero angelo”, o i conflitti locali come la guerra nell’ex Jugoslavia (Vedi “I biplani di d’Annunzio” (Todaro),  perdonate le autocitazioni, non ce ne saranno più). Le nuove frontiere prendono il posto di quelle ormai vetuste; la frontiera non è più nello spazio, la space opera è superata, e non convince più neppure come fucina di metafore; a mio parere, il canto del cigno di questa ormai arcaica forma di fantascienza è “I reietti dell’altro pianeta” di Ursula Le Guin, due pianeti simbolo dei due lati della cortina di ferro, che ha segnato insieme il punto più alto e la morte per vecchiaia della space opera.

Altre frontiere si evolvono, specialmente nella fantascienza sociologica; al potere che si autoalimenta del controllo delle informazioni tracciato da 1984 di George Orwell si affianca il potere che le informazioni le crea e le spettacolarizza, una delle intuizioni più geniali della Mater Terribilis di Valerio Evangelisti (Mondadori).

Talvolta la frontiera va persino più veloce della fantascienza, e ne travolge gli aspetti apparentemente più innovativi, lasciando dietro di sé una preoccupante afasia. È stato il caso del cyberpunk, che ha cercato soprattutto di creare l’estetica dell’era dei bit, ma l’evoluzione tecnica nel mondo reale è stata così veloce da prenderla in contropiede, la Matrix ora è in casa di tutti, si è ridotta a un elettrodomestico e la sua estetica la fa la gente, senza bisogno della mediazione di intellettuali come Gibson e soci, che si sono trovati senza parole e sono svaniti nel nulla, salvo ogni tanto cercare di dimostrare di non essere ancora morti, anche se le ultime  paginette già puzzano di cadavere.

Come puzzano di marcio i tentativi di accanimento terapeutico su tecnologie che si sono dimostrate fuffa nei fatti, per esempio l’intelligenza artificiale, buona solo per i filmetti holliwoodiani pieni di buoni sentimenti. E chiedo scusa all’amico Jean Michel Truong, autore di “Le Successeur de pierre”, probabilmente il miglior romanzo sull’intelligenza artificiale mai scritto. Ma è proprio l’I.A. a essere una bufala, qui non si esplora il divenire, si gioca col Golem. Che è materiale straordinario per la letteratura fantastica, ma va trattato come un simbolo e non come una concreta possibilità.

In conclusione, le frontiere ci sono eccome, e sono come sempre il sangue e il sale della fantascienza. Che oggi come ai tempi di Flash Gordon le riveste di metafore e suggestioni, ci gioca e le esplora. Ma sono frontiere sfuggenti, vere e proprie sabbie mobili, e non tutti gli scrittori sono in grado di maneggiare un materiale così evanescente. Per un Evangelisti che le centra tutte (quella sociale, quella dell’incontro con l’altro, quella genetica, quella politica e molte altre ancora) e le intreccia strettamente tra loro, esplorandone tutte le possibili relazioni in un canovaccio credibile e soprattutto letterariamente affascinante, vedi Metallo Urlante (Einaudi) o il già citato Mater Terribilis, ci sono troppi lavori approssimativi, legati a frontiere ormai superate dai fatti; c’è chi la frontiera si ostina ancora a cercarla oltre Plutone, chi  trova (probabilmente nella cenere del narghillé o sul fondo della bottiglia) ometti verdi che fanno disegnetti nei campi di grano, chi riscrive Pinocchio dandogli un cervello elettrico invece che un cuore di segatura. La fantascienza non è veramente in crisi di identità, è che la sua identità è difficile da trovare, sepolta com’è da strati di fuffa che rischiano di soffocarla. Ma la qualità alla lunga viene a galla. Le recente riscoperta di Dick, il maestro della scollatura tra realtà e apparenza, ne è un esempio; e anche la nuova generazione di autori europei fa ben sperare, come Andreas Eschbach, che con dieci miliardi di tappeti di capelli (Fanucci) la sua strada l’ha trovata tra le catene delle tradizioni millenarie accettate acriticamente, che impediscono alla gente di essere libera. Un tema di attualità dirompente, una vera e propria “ultima frontiera” in un mondo globale dove le più crudeli tradizioni tribali stanno diffondendosi nelle nostre città, portandoci lo shock culturale di dover fare i conti con bambine che in nome della tradizione subiscono mutilazioni ben più dolorose e permanenti che la rasatura dei capelli per fare tappeti a un imperatore lontano nello spazio e nel tempo.

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